I quartieri San Paolo e Loreto hanno nuovi inquilini ingombranti. Dopo la Rete dei Patrioti (scissione del partito neofascista Forza Nuova di Roberto Fiore) in via Loreto 38, anche Casapound Italia (principale sigla neofascista) apre la nuova sede in via Coghetti 88, in parte alla sede già esistente della Domus Orobica, a sua volta luogo di formazione – tra i cui obbiettivi figura la “formazione dei militanti, aderenti e interessati secondo i valori di Dio, Patria e Famiglia” – e ‘ponte’ tra l’ultradestra e i circuiti ‘culturali’ contigui a Fratelli d’Italia. Tre covi neofascisti in meno di 400 metri: che cosa sta succedendo a Bergamo?

via Loreto 38

via Coghetti 88 e 28
Non si tratta di una coincidenza ma di un disegno di radicamento territoriale e convergenza operativa. Da fine 2024, la Rete dei Patrioti e Casapound, insieme al Veneto Fronte Skinhead (storica costola del network neonazista Blood & Honour), uniti nel Comitato Remigrazione e Riconquista, promuovono una legge di iniziativa popolare per politiche di deportazione di massa di migranti via incentivi ai rimpatri volontari e soprattutto rimpatri forzati – come già l’ICE negli Stati Uniti. Insieme alla proposta istituzionale c’è poi quella ‘di strada’, che nel programma di Casapound implica la “riconquista integrale degli spazi urbani abbandonati al degrado”. Luca Marsella, dirigente nazionale di Casapound e portavoce del Comitato, presenta la proposta nell’evento di lancio a Brescia intervistato da Telecolor TG il 15.11.2025:
C’è bisogno di una proposta forte che viene da movimenti radicali per dare una risposta al degrado delle nostre città e soprattutto alla sostituzione in atto dei popoli europei. Perché l’immigrazione non è solo un problema di violenza, di stupri, di quello che accade nelle nostre città tutti i giorni. L’immigrazione è un problema anche per il discorso dell’identità, la nostra identità, che viene cancellata.
Morsella si spinge oltre l’accostamento strumentale quanto infondato tra stupri e immigrazione – accostamento smentito dagli stessi dati Istat sulla violenza di genere, che mostrano in realtà come questa continui a riprodursi in massima parte in famiglia, tra le mura domestiche. Il richiamo a una identità (europea, “bianca e cristiana”) cancellata dall’immigrazione come “sostituzione di popoli” ricalca la dottrina di Alain de Benoist, ideologo francese della nuova ultradestra europea. De Benoist in persona è stato più volte ospite a Bergamo dell’associazione Alle radici della comunità: il motore delle attività della Domus Orobica per tramite di figure ‘di cerniera’ come Dario Macconi (coordinatore prima di Forza Nuova e ora della Rete dei Patrioti, già candidato comunale con Fratelli d’Italia). Nel lessico di de Benoist, la nozione di identità culturale sostituisce quella di razza, mentre il tema della difesa e preservazione della “purezza razziale” è riformulato in termini di separazione ‘vitale’ tra culture ritenute incompatibili.


La Domus Orobica funge da laboratorio di quella che de Benoist chiama “metapolitica”, in cui miti e immaginari storici funzionali al discorso razzista, attraverso l’attività culturale ‘identitaria’, vengono riproposti in chiave revisionista, operando uno ‘slittamento di significato’ in cui scompaiono i riferimenti biologici del razzismo classico ma resta la “visione del mondo” (Weltanschauung, idea già cruciale per il nazismo di Adolf Hitler) che ne è retroterra, ovvero una concezione della società (“naturale”) come corpo unico, omogeneo, chiuso e gerarchico. Esemplare in questo senso l’attività seminariale svolta nella Domus Orobica da Niccolò Ferrari, studioso veronese della confederazione sudista nella guerra di secessione, nonché fondatore del gruppo rievocativo della 14th Louisiana Infantry Regiment, Company G, compagnia che combatté nella guerra di secessione americana in difesa dello schiavismo razziale alla base dell’economia di piantagione e del latifondismo bianco. La compagnia fu un unicum per prevalenza di immigrati europei cattolici (da qui il richiamo ‘identitario’ caro all’ultradestra italiana), nota per ferocia verso la popolazione civile (anche del Sud), saccheggi inclusi.


Unico caso in Italia, il gruppo rievocativo guidato da Niccolò Ferrari vanta l’affiliazione ai Sons of Confederate Veterans, di cui sono state ampiamente documentate sovrapposizioni, intrecci e contiguità con i circuiti del suprematismo bianco ‘neo-confederato’ statunitense. Il gruppo di Ferrari vanta anche la partecipazione al 150° anniversario della battaglia di Gettysburg nel 2013 in Pennsylvania.
Nelle città europee, le esplosioni di violenza razzista sfociate in aggressioni indiscriminate, scontri di strada, devastazioni e attacchi incendiari, e di cui è accertata la presenza organizzata dell’ultradestra ‘identitaria’, segnalano un’escalation negli ultimi 5 anni. È avvenuto in Svezia nell’aprile 2022, in Irlanda, Francia e Spagna nel novembre 2023, nel Regno Unito nel luglio 2024, e ancora in Irlanda nel giugno 2025. A volte, come nel caso del Regno Unito, sono notizie del tutto infondate (e riprese dai media senza opportune verifiche) a fare da detonatore. È un dato: le destre soffiano sul fuoco dell’odio razzista per indirizzare risentimento sociale verso le comunità di origine migrante, inquinare il dibattito pubblico, e portare violenza nelle strade per poi invocare ordine.


A Bergamo, una persona su cinque ha un background extraeuropeo. Se si includono le persone provenienti da altri paesi europei e discendenti, la stima è di una persona su quattro. Se poi si aggiungono le persone nate in un’altra provincia (e chi ne discende), il numero sale a una persona su tre. E che ne sarebbe dell’identità culturale bergamasca se si indagassero le radici familiari dei restanti due terzi? Fatti i dovuti conti, ci sono più oriunde bergamasche in America di quante non ce ne siano nella Provincia di Bergamo. Le città sono di chiunque le sceglie come casa. Bergamo non fa eccezione.
A prescindere da genere, orientamento sessuale, religione e provenienza, il 90% di chi vi risiede condivide con le persone ‘straniere’ residenti ben più di quanto condivida con il 10% più ricco, l’élite bianca e conservatrice che detiene il 60% della ricchezza. Dati Istat alla mano, sebbene la soglia per rientrare nel 10% più ricco sia stimabile intorno ai 3.500€ netti per un single o 8.000€ per una famiglia – non solo Paperoni, per intendersi – la grande maggioranza del restante 90% fatica sotto i 2.000€ al mese, vive di lavoro facendo attenzione ai conti, paga le stesse rate del mutuo, stessi affitti e tasse, si cura negli stessi ospedali, frequenta le stesse scuole, condivide gli spazi pubblici. Che cos’è dunque il razzismo se non il tentativo di dividere il 90%, distogliendone l’attenzione dalle disparità che arricchiscono la minoranza – il 10% – più potente della città?
Il 90% include furfanti e gente onesta, prepotenti e solidali, comunità chiuse o plurali, e certo persone di ogni origine. La convivenza urbana è faticosa proprio perché implica la coesistenza tra stili di vita, usi e costumi e modi di fruire lo spazio pubblico molteplici e a volte concorrenti. Ma cosa c’entra l’identità “etnoculturale” (e la “razza”) con tutto questo? Dove si insinua il razzismo identitario?
Bergamo, come ogni altra città, ha un lato oscuro e indifferente: persone relegate ai margini e fragilità invisibili di cui quasi mai si conoscono sofferenze e privazioni. Richiedenti asilo in fuga da guerra e mancanza di opportunità, talvolta con ferite indelebili di corpo e anima, sono ‘ospiti’ di un sistema di accoglienza che non emancipa ma parcheggia, quando non espelle senza alternative. Ragioni politiche: il sistema deve costare poco e sfiancare chi accoglie perché l’odio sociale crea consenso. Ma odio per chi? Richiedenti asilo che vivono pedalando per consegnare pasti a casa per un gettone? Oppure solo coloro che sbagliano o cadono senza riuscire a rialzarsi? San Paolo e Loreto sono quartieri accoglienti e plurali. Continueranno a ricercare le forme (superando le fatiche) della coesione sociale e del fare cittadinanza? Oppure esiste il rischio di farsi abbindolare dall’odio di Casapound, Rete dei Patrioti, Domus Orobica e compagnia?
Bergamo ha davvero bisogno di ronde neofasciste e deportazioni forzate? Una città accogliente non ‘tratta’ le persone senza dimora con sgomberi e diffide ma potenzia servizi e percorsi verso la casa, non affronta i conflitti tra generazioni con la polizia ma con interventi di politica educativa, e non vuole le unità cinofile fuori dalle scuole ma programmi di riduzione del danno. La soluzione ai problemi di Bergamo è democratica e sociale. Non c’è altra strada. Bergamo è una città aperta, e rispedisce al mittente ogni forma di intolleranza e chi la finanzia, organizza e promuove.